Lo sguardo dei poeti

Un po' di sfoghi e qualche idea
lunedì, 28 luglio 2008

Viaggiatori reali e immaginari

Dalla meravigliosa isola di Ugljan, nei pressi di Zara saluto chi legge.
La Croazia e' stata una piacevolissima quanto inaspettata scoperta. In occasione di queste ferie che stanno mantenendo le mie aspettative in tema di rilassamento, ho deciso di rileggere per la seconda volta un libro a me molto caro: se una notte d'inverno un viaggiatore. Di Italo Calvino. A mio avviso il romanzo definitivo.
Il concetto di viaggio, nella realta' e nella finzione romanzata ora si fondono e il tutto sta assumendo una dimensione superiore alla somma delle parti. Questo mi sta dando nuovi stimoli per riprendere la scrittura, Calvino, nella sua generosita' innata ha disseminato questo romanzo di tanti consigli e analisi da risultare un vero e proprio lascito ai lettori e a chi fa della scrittura il proprio mezzo espressivo.
Calvino, con la sua capacita' superiore e' una figura che mi manca moltissimo in questa Italia ormai moribonda... e dall'estero vi assicuro che la sensazione e' ancora piu' marcata...
A presto...

Villaggio di Preko
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mercoledì, 19 settembre 2007

La città dell'uomo


A chi, bambino,
vive il mondo
in un corpo di adulto



Un saluto a tutti, il mio nome è "Architetto". Lo so, qualcuno di voi mi dirà: ma Architetto non è un nome! Paolo è un nome, Luigino, Marco e Vanessa sono nomi, che imbroglio è?
Nessun imbroglio state tranquilli, è solo che il mio vero nome non è importante, importa invece ciò che ho da raccontarvi.
Mettetevi quindi comodi, voi laggiù smettete di bisbigliare e voi, qui davanti, accucciatevi ben bene in modo che chi sta dietro possa sentirmi meglio.
Vi ho chiamato qui, piccoli miei, per raccontarvi della mia più grande opera, un dono alle persone che feci tanto tempo fa e che ha reso felice uomini donne e piccini. Questo dono si chiama Curitiba e null'altro è che una grande città.
Anche qui sento levarsi qualche voce di protesta: una città non si può regalare! Si può solo costruire e abitare.
Confesso, a dire il vero, che ebbi qualche problemuccio ad incartarla ben bene e a trovare il giusto nastro da abbinare al grande pacco, e per fare il fiocco poi, che fatica! Ci dovettero lavorare milleuno operai, ma alla fine il risultato fu grandioso.
Curitiba era una città come tante altre, grigia, piena di automobili che litigavano tra loro, carente in spazi verdi e con tanti poveri che abitavano in case fatte di vento. Decisi così di dire basta e di trasformare la mia amata città.
In una notte in cui tutti i cittadini dormivano e facevano grandi sogni, una squadra di centinaia di operai ai miei ordini smontò completamente il centro cittadino per ricoprirlo di lastricati, fioriere e meravigliosi lampioncini molto luminosi. Stavano trasformando il centro città in una grande zona dove le auto non avrebbero più potuto circolare, dove finalmente le persone avrebbero potuto passeggiare e dove i bambini avrebbero potuto tirare grandi calci al pallone senza per questo venir brontolati da automobilisti frettolosi.
Il battaglione di operai lavorò ininterrottamente per quarantotto ore e quando la stanchezza fu troppa subentrò un secondo battaglione, nel giro di tre giorni il centro si era trasformato. Nessuna automobile poteva più passare e quando un corteo di irriducibili automobilisti tentò di forzare il blocco, si trovò di fronte a centinaia di bambini intenti a disegnare su immensi rotoli di carta distesi per terra e dovettero desistere. Da allora ogni sabato i piccini come voi possono disegnare indisturbati qualsiasi scena, e vi assicuro, ho visto disegni da lasciarvi stupiti, draghi, astronavi, nebulose e principi smemorati, ragni, pinguini e fili colorati.
Ma si sa, non solo di disegni si vive e così decisi di costruire "i fari del sapere": quaranta biblioteche sparse per la città, ognuna delle quali provviste di settemila libri, sormontate da alti tubi a strisce bianche e rosse alla cui sommità si trova una bolla di vetro dentro la quale un poliziotto veglia sulle persone assicurandosi che tutti possano accedere alla biblioteca in sicurezza.
Non ci credete? Beh, chiedete a Pinocchio, Gulliver o Dorian Grey e vi confermeranno che ogni giorno migliaia di persone vanno a visitarli, e se lo dicono loro!
Tutto questo non bastava perché in alcune zone di Curitiba c'erano ancora persone che abitavano in case così diroccate che sarebbe bastato uno starnuto anche del più piccolo di voi perché ne crollassero cento.
Decisi così di proporre agli abitanti di queste povere casupole di acquistare, tramite un prestito, i materiali per costruirsi nuove case, misi a disposizione una squadra di architetti tutti per loro e il risultato fu che i villaggi di baracche si trasformarono via via in deliziosi villaggi di case decorose. Inviai una squadra di camioncini colorati a raccogliere i rifiuti, ben suddivisi, e per ogni due chili di rifiuti chi voleva avrebbe ricevuto in cambio un buono per comprare cibo, libri o scarpe. Grazie a questa mia ennesima idea non avremmo più avuto bisogno delle maleodoranti discariche e infatti non ne costruimmo affatto.
Quando un gruppo di giovani irrequieti distrusse una buona parte delle aiuole di uno dei parchi cittadini io non mi arrabbiai, ma andai piuttosto da questi giovani e proposi loro di diventare giardinieri, i ragazzi accettarono e non distrussero più le tenere pianticelle, ma impararono a piantarle e a farle loro sorelle.
E ancora misi in circolazione grandi pullman che portavano migliaia di persone su e giù per la città, creai grandi parchi dove si poteva godere della bellezza della nostra Madre verde e azzurra.
Tutto questo io feci per voi piccoli miei perché il buon Dio mi insegnò a ridere su questa vita. Oggi il mio sogno, la mia Curitiba, è la città più sicura al mondo, anche più dei freddi paesi del nord.
Vi ho raccontato questa storia perché a vostra volta la facciate conoscere ad altri, perché altri uomini possano trasformare le vostre città in posti migliori, darvi grandi rotoli di carta su cui disegnare mondi che non ho ancora visto e principesse dagli occhi a me ancora sconosciuti.
Diventate grandi, ma restate piccoli e venite da me nel mio sogno, la città di Curitiba.

FINE


Quello che avete letto, se la pazienza ha retto, è una favola, ma solo per metà perchè le parti in grassetto raccontano il vero.
La città di Curitiba ( pron. Curiciba, 3 milioni di abitanti ) si trova in Brasile, considerato "Terzo mondo", ed è indicata come la città più sicura del pianeta e con il miglior tasso di qualità della vita la maggior presenza di aree verdi ( 50mq procapite ) e un ottimo indice di buon funzionamento dei mezzi pubblici. Il traffico impazzito delle grandi città è pressoché sconosciuto. L'aspettativa di vita è di circa 73 anni, con un reddito pro capite pari al 27% di quello americano. I mezzi pubblici si autofinanziano con il solo costo dei biglietti e movimentano circa ventimila persone l'ora, pressappoco come la metropolitana di newyork ma con costi infinitamente più bassi.
La raccolta differenziata è prossima al 100% e le discariche sono inesistenti.
Curitiba è un esempio di come, con le giuste idee, spesso anche divertenti, si possa amministrare bene una città di grandi dimensioni.
Non permettiamo a burocrati gretti, ignoranti e corrotti di convincerci che non esistono altri modi, la vera libertà si basa anche sulle alternative.
Caro Chiamparino, impara dal terzo mondo!



Liberamente ispirato da:
una lezione dal cosiddetto terzo mondo. Mai sentito parlare di Curitiba.
Di Dario Fo, Franca Rame, Jacopo Fo
(Cacao il quotidiano delle buone notizie del 15 Luglio 2001)
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martedì, 21 febbraio 2006

Precarietà oggi


Lavoro precarioSegnalo un sito dedicato ad un argomento sempre più attuale, la precarietà lavorativa basata sui tristemente famosi contratti a progetto.
generazione1000.com
Da questo sito è possibile scaricare un romanzo che ha per tema proprio il lavoro precario.










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lunedì, 05 dicembre 2005

Ultime notizie

Il poco tempo libero che ho lo sto impegnando quasi integralmente ad un progetto di scrittura molto ampio che assorbirà quasi ogni mia energia residua per alcuni mesi. Spero di riuscire a scrivere qualcosa sul blog di tanto in tanto.
postato da Carlo1970 alle ore 16:10 | Permalink | commenti (6) / commenti (6) (pop-up)
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venerdì, 16 settembre 2005

La libreria

Il più piccolo e fragile dei mondi
conterrà sempre spazio a sufficienza
per accogliere senza mai riempirsi
ciò che tu chiami smisurata meraviglia
(Antico detto degli dèi del piccolo mondo)

Gli dèi erano roba del passato pensò C.M. richiudendo il libro di mitologia celbo-norrica.
Ancora vivi ma deportati in massa, dispersi per praterie di caratteri stampati, alti ghiacciai di carta patinata, torrenti azzurro ocrati di copertine dall’attraente estetica. Sfrattati dalla nuova umanità, egocredente, sradicati dai loro olimpi-valhalla-paradisi, nonché nirvana modaioli, esiliati nelle sicure pagine dei libri. Ora attendevano che qualcuno interessato a loro ne sfogliasse uno per riprendere lotte millenarie interrotte da un segnalibro, ritornavano così in vita e danzavano nelle sale dei banchetti eterni per poi tornare a morire col richiudersi delle pagine (si potevano comunque reperire con meno sforzo dèi di qualità inferiore, a colori e con commenti piccanti).
C.M. osservava la sua libreria zeppa di libri dedicati ad ogni argomento: romanzi, raccolte di poesie, dizionari, saggi e ultimissimi inserti da battaglia, corazzati di tutto punto per scendere nella feroce trincea di un’edicolibreria, giù al fronte.
Dallo spazio tridimensionale, pensò C.M., si possono attingere concretezza e senso di sicurezza. Riteneva che i limiti spaziali definiti erano il sistema che la natura aveva messo a punto per assegnare un posto a tutte le cose e permettere loro di esistere per un po’ e con uno scopo, si fosse trattato anche solo di un sasso sul quale poggiare il piede mentre si attraversa un torrente o della ringhiera protettiva sul balcone del decimo piano.
Ma tra i difetti dello spazio finito vi erano una serie di altri elementi che risultavano fastidiosi (quando si abita in un piccolo alloggio lo spazio muta in un vecchio avido e disordinato).
La libreria di C.M. era soggetta ad una legge fondamentale di questo universo nota come la “legge dei TrentaMetriQuadriPerTrecentoEuroAlMeseSpeseCondominialiIncluse”.
Era una libreria in pino grezzo di design svedese e italico legname. Una volta acquistata in scatola di montaggio si seguivano le istruzioni. Il risultato finale dipendeva da quanto avrebbero resistito i polsi dopo le prime trenta torsioni dovute dall’avvitamento dei nordici bulloni. I sette ripiani di cui era composta accoglievano il piccolo mondo di C.M., fatto di parole stampate che descrivevano cose e persone e fatti e mondi pronti a tornare in vita ogni volta che uno dei libri che vi trovavano posto veniva aperto e létto.
Sulle prime C.M. aveva cercato di dare un senso razionale alla loro disposizione. Aveva seguito rigide regole dettate dai generi e dagli autori, dai libri che avevano lasciato in lui un segno profondo e da quelli che avrebbe preferito non aggiungere alla sua collezione. Ma assegnare un ordine rigido alle cose non apparteneva al suo personale modo di vivere il piccolo mondo che chiamava vita.
Jorge Luis Borges si era fermato nei pressi di un paio di libri di divulgazione scientifica, alcuni dizionari dividevano il ripiano con la manualistica e qualche fumetto d’autore rilegato elegantemente. Stefano Benni, dava voce ad Achille e Margherita e si era generosamente offerto come supporto ad un T.S. Eliott in edizione TutteLeOpere che fissato in una foto di tanti anni fa osservava C.M. dalla costina del tomo, capelli ingellati e riga in mezzo ed un’espressione intensa come a dire: “ehi tu, ma che ti sei messo in testa? Ezra mi tagliò mezzo poema, chi credi di essere tu per progettare parole? Hai ancora tanto da imparare prima di scrivere qualcosa che possa chiamarsi eterno”.
Non era una libreria particolarmente robusta, alcuni ripiani si erano un po’ incurvati per via del peso, traballava e, a guardarla bene, era anche un poco sbilenca. Illuminata dalla giusta luce sarebbe sicuramente sembrata una tetra cattedrale traboccante di sapienza, o una vecchia matrona con un  passato da sgualdrina e centinaia di famelici pargoli tra le braccia, forse suoi o forse no, tutti a gridare: “scegli me!”
Melville stava dando in pasto al suo demone bianco gli sconfinati mari, mentre Achab lanciava sfide a Dio e alle tempeste, Qfwfq aveva già un miliardo di anni ma ricordava tutto come fosse accaduto ieri e intanto mandava messaggi a C.M. scrivendo su grandi cartelli intergalattici. All’interno di un’enciclopedia dedicata ai personaggi di tutte le opere si combatteva una guerra e D’Artagnan stava scambiando colpi di fioretto con la scimitarra di Alì Babà, Molly Bloom attendeva di darsi al vincitore. La poesia si mischiava alla saggistica, Apollinaire parlava di bottoni a Prévert che gli rispondeva mangiando una rosa, Neruda si accontentava di un carciofo che aveva composto in un’altra notte di un’altra vita. Galileo dialogava sopra i due massimi sistemi ma qualcuno l’aveva decretato eretico per vocazione e folle per scelta.
C’erano colori, sapori, odori, c’erano suoni di canti e di guerre crudeli e gli ingredienti erano sempre gli stessi: inchiostro, carta e un dolore speciale, tutti miscelati su una sghemba libreria nella casa di C.M.

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martedì, 06 settembre 2005

Scrivo perchè...

Ho un pannello di compensato appiccicato alla parete, lo uso come lavagna dove conficcare brandelli di carta sui quali scrivo quegli appunti che ho bisogno di avere costantemente sott'occhio.
Su uno ho scritto:
Perchè scrivo?
1. Per illuminare con le parole il buio che nasconde a me stesso le mie inquietudini più profonde.
2. Per lasciare qualcosa di me, oltre me.
3. Per inseguire il racconto che non mi riuscirà mai di scrivere, le parole che non sarò mai capace di immaginare.



P.S. Credo che la scrittura sia il modo migliore per conoscere il proprio interiore, a parte la radiografia...
postato da Carlo1970 alle ore 22:52 | Permalink | commenti (4) / commenti (4) (pop-up)
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sabato, 03 settembre 2005

Della poetica e del Meneguzzi

La genialità è la misteriosa portante dell’estro creativo, il veicolo che trasporta quel poco di più che fa di un’opera qualcosa di superiore ed eterno. Di fronte alla genialità avverto sempre un misto di profonda ammirazione e invidia, se poi ci troviamo nell’ambito della parola scritta e, talvolta, cantata la sublimazione è totale.
Questo pomeriggio, grazie all’importante trasmissione televisiva Top of the Pops, mi sono accidentalmente imbattuto nelle sopraffine liriche di un autore che merita una trattazione seria ed attenta, che porti alla luce ogni aspetto del messaggio che egli desidera divulgare, fino ad addentrarci nella sfera del non detto.
Centinaia di ore spese nello studio di autori come Calvino, Borges, Pound mi permettono di esporre una umile analisi del fenomeno popolar-canzonettistico che risponde al nome di Meneguzzi Paolo.
Ma procediamo per gradi, il testo che vorrei analizzare con assoluta meticolosità è quello della canzone “Sara” che riporto integralmente (per brevità del testo il ritornello verrà riportato integralmente una sola volta e poi ripetuto tramite la convenzione “RIT”):

Sara
(Meneguzzi Paolo)

Sara vive da sola
Studia e poi lavora
Sara non ha paura
Sara è già più grande della sua età
Sarà fuori è felice
Dentro a volte è triste
Sara la vita è strana
Sara come sei sei solo tu

RIT.
Oh Sara
Che cammini sotto il sole
Hai deciso di partire
Per cercare un’altra vita
Da seguire
Oh Sara
Che cammini verso il sole
Contro gli altri contro tutti
Tu vuoi vivere ogni istante
Della vita

Sara si sente sola
Sara ora è lontana
Chiama 2 volte al mese
Dice che per ora lei non tornerà
Sara ha un grande sogno
Vuole cambiare il mondo
Sara è un nuovo giorno
Sara come sei sei solo tu

RIT

Tu lo sai che sei nelle mani tue

RIT

Prima di tutto vorrei permettermi di sfatare la critica, a mio avviso pretestuosa, che accuserebbe M. di aver scopiazzato “Mary” dei Gemelli Diversi.
Siamo di fronte ad una evidente macchinazione volta a minare il lavoro intellettuale del nostro grande autore.
Mi pare evidente comunque che si tratti di una polemica sterile, innanzi tutto perché Sara e Mary sono evidentemente due persone diverse, non ci è infatti giunta notizia che si tratti di una persona sola, magari che risponde al nome di Sara Mary, quindi possiamo affermare con totale certezza che si tratta di due persone separate e distinte.
In seconda istanza, “Mary” racconta di una ragazza picchiata e violentata entro le mura domestiche mentre Sara “ha deciso di partire”, e qui termina la requisitoria che demolisce totalmente e senza appello le accuse di plagio o scopiazzatura.
Mi pare evidente qui l’allusione al viaggio come metafora della vita, come tutti i grandi della letteratura e della poesia, anche M. sente il bisogno di appellarsi al tema metaforico del viaggio, in un supremo tributo all’omerica opera, come già fu cura di Joyce con il suo Ulisse, per citare un grande tra tutti. Ma questo aspetto lo approfondiremo più avanti.
In qualità di primo grande studioso di M. è mia assoluta cura chiarire il più possibile l’efficacia del testo preso in esame, per fare questo dimostrerò ora quanto versatile sia e con quale maestria M. abbia creato una lirica capace di rappresentare tutti gli aspetti della vita.
Per fare un esempio su tutti, potremmo ad esempio riferirci al mondo del precariato, più precisamente del precariato all’interno della scuola pubblica.

“Sara vive da sola/Sara studia e poi lavora” è una chiara allusione al tempo speso nelle attività lavorative ma anche nelle interminabili ore di preparazione ai numerosi corsi di perfezionamento volti all’accumulo del punteggio che verrà poi inserito nelle graduatorie. In una semplice quanto efficace frase M. condensa tutta la tragicità della situazione. Qui potremmo sbizzarrirci nel trovare altre allusioni, ma questa opera è qualcosa di così totale che non sarebbe giusto inchiodarla ad un solo argomento, quindi proseguiremo facendo riferimento ad esperienze più generali.

“Sara non ha paura/Sara è già più grande della sua età”, qui M. si cura di proporre un modello di forza. È evidente che nella mente di chi lo ascolta il processo di identificazione porterà ad un accrescimento della sicurezza di sé. Pressappoco il ragionamento che ne scaturirà potrebbe assumere la seguente forma: se Sara, che vive da sola, studia e poi lavora, non ha paura ed è più grande della sua età, beh lo posso fare anche io!

“Sara fuori è felice/Dentro a volte è triste”, la potenza espressiva di M. incontra la sua prima impennata, con poche sapienti parole M. racchiude una delle verità più profonde della vita. Sara rappresenta tutte le Sara ( e i “Sari” oserei dire) del mondo, e M. rompe uno dei più antichi tabù, la pubblica ammissione della propria debolezza. Sara non si vergogna a dire al mondo che pur apparendo felice, a volte è triste e se lei lo può dire, tutto il mondo lo può dire.

“Sara la vita è strana/Sara come sei sei solo tu”, questo è uno dei miei versi preferiti. L’apparato linguistico di M. è assolutamente geniale, affermando che la vita è strana introduce un concetto filosofico altamente complesso, tale assunto ci prepara in qualche modo al momento in cui egli ci svela che “come siamo, siamo solo noi”, Sari e Sare di tutto il mondo.

Ci troviamo ora direttamente proiettati nel ritornello, che ha il compito di fissare per mezzo di considerazioni più generali, il messaggio della composizione. Così scopriamo che Sara cammina sotto il sole, non fa uso di mezzi che sarebbero più comodi, no, lei cammina e non si cura del sole, ma perché cammina?
Perché ha deciso di partire, di affrontare la sua personale sfida, novella Ulissa, in cerca di un'altra vita e, a differenza dell’eroe omerico, lei non tornerà a casa dove probabilmente non potrebbe vivere ogni istante della vita e, camminando prima verso il sole, che rappresenta la prima di tutte le sfide, poi contro tutti (qui non ci è dato di sapere chi siano questi tutti, ma se l’autore dice tutti, dobbiamo intendere proprio tutti, quindi probabilmente anche contro di me e di chiunque altro).

Ci troviamo ora proiettati nel futuro di Sara, si è fermata, forse ha trovato quello che cercava, ma cosa?
“Sara si sente sola/Sara ora è lontana”, a che è servito tutto il viaggio? La sua situazione non è cambiata, continua a vivere da sola come nella prima strofa.

“Chiama due volte al mese/Dice che per ora lei non tornerà”, Sara sente il richiamo delle sue radici, per lo meno 2 volte al mese e infatti chiama, probabilmente chiama casa, non la sua ex casa, dove viveva sola e quindi non avrebbe nessuno con cui dialogare, chiama una casa, e lo fa due volte al mese e informa che non ha intenzione di tornare, per ora. In apparenza ci troviamo di fronte ad un momento di confusione dell’autore, una apparente contraddizione con le prime strofe, ma non è affatto così e questo ce lo chiarisce la strofa successiva.

“Sara ha un grande sogno/Vuole cambiare il mondo”, finalmente l’arcano ci viene svelato, Sara affronta tutto questo perché sogna di cambiare il mondo e se tornasse indietro il suo sogno non si avvererebbe. Informare quindi due volte al mese un qualcuno non ben definito che lei non intende tornare, permette innanzi tutto di tenere traccia degli spostamenti di Sara e, in secondo luogo, di rafforzare nelle intenzioni di lei la voglia di cambiare il mondo. Attendiamo che l’autore ci informi quando questo avverrà per gioirne insieme.

Ci troviamo ora, dopo la ripetizione del ritornello, al vero cuore dell’opera. Non nascondo che decifrare il concetto filosofico che tra poco tratteremo ha richiesto grandi ricerche ed approfondimenti e tuttavia, mi trovo ancora di fronte a molte incertezze che forse chiarirò solo fra molto tempo.
Incastonato tra due ritornelli ci troviamo di fronte alla maestosità della frase: Tu lo sai che sei nelle mani tue.
Siamo davanti ad un paradosso nel campo delle figure retoriche di alto livello, per risolvere il quale ho passato il pomeriggio riverso sui trattati di letteratura.
Dare una definizione di questa frase mi risulta molto complesso, potremmo trovarci di fronte ad un chiasmo, una paronomasia, un’assonanza ed un’allitterazione al tempo stesso, ma anche di fronte a nessuna di queste. Il campo dei quattro gruppi delle figure retoriche (sintattico, morfologico, di significato e di pensiero) non è sufficiente ad offrire una collocazione alla frase in esame, non resta quindi che un quinto tipo di figura, che non ho ancora localizzato, ma che probabilmente qualcuno ha già in mente, una gran bella figura di non so ancora cosa. Ci penserò.
Insomma, questo componimento segue in tutto e per tutto le impalcature linguistiche già sperimentate da Joyce nel suo flusso di coscienza, raggiungendo nuovi traguardi di approccio con la lingua, uno stile che vorrei battezzare “brancolamento mentale”.
Grazie Meneguzzi.

P.S. mi auspico che M. possa donarci nuove composizioni, magari continuando sulla falsa riga di “Sara” potrebbe ad esempio scrivere:
dedicate alle donne o con nomi di donne: Cara, Mara, Lara, Oara, Jara, Iara, Tara, Hara (quest’ultimo come messaggio d’apertura verso la cultura del Medio Oriente).
Dedicate a messaggi filosofici, azioni o modelli positivi, nonché verbi: Gara, Vara, Para.
A conclusione dell’antologia “*ara”: Bara.

Concludo il mio contributo alla comprensione del messaggio del Meneguzzi.
Grazie per l’attenzione.
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lunedì, 11 aprile 2005

Le cose immutabili e perfette

Questa è l'era dell'immutabilità, del desiderio di bellezza e incorruttibilità, fissate in uno stato immobile e duraturo.
Immagini scattate a milioni di pixel immortalano lo stato di perfezione che mai si vorrebbe abbandonare, ma che una forza impetuosa più del nostro desiderio, di nome ineluttabilità, ci strappa via. La perfetta forma del diamante si fa gioco dell'umiltà e mutevolezza informe del fango.
Nel sedicesimo secolo Galileo scriveva:

SAGREDO: Io non posso senza grande ammirazione, e dirò gran repugnanza al mio intelletto, sentir attribuir per gran nobiltà e perfezione a i corpi naturali ed integranti dell'universo questo esser impassibile, immutabile, inalterabile etc., ed all'incontro stimar grande imperfezione l'esser alterabile, generabile, mutabile, etc.: io per me reputo la Terra nobilissima ed ammirabile per le tante e sí diverse alterazioni, mutazioni, generazioni, etc., che in lei incessabilmente si fanno; e quando, senza esser suggetta ad alcuna mutazione, ella fusse tutta una vasta solitudine d'arena o una massa di diaspro, o che al tempo del diluvio diacciandosi l'acque che la coprivano fusse restata un globo immenso di cristallo, dove mai non nascesse né si alterasse o si mutasse cosa veruna, io la stimerei un corpaccio inutile al mondo, pieno di ozio e, per dirla in breve, superfluo e come se non fusse in natura, e quella stessa differenza ci farei che è tra l'animal vivo e il morto; ed il medesimo dico della Luna, di Giove e di tutti gli altri globi mondani. Ma quanto piú m'interno in considerar la vanità de i discorsi popolari, tanto piú gli trovo leggieri e stolti. E qual maggior sciocchezza si può immaginar di quella che chiama cose preziose le gemme, l'argento e l'oro, e vilissime la terra e il fango? e come non sovviene a questi tali, che quando fusse tanta scarsità della terra quanta è delle gioie o de i metalli piú pregiati, non sarebbe principe alcuno che volentieri non ispendesse una soma di diamanti e di rubini e quattro carrate di oro per aver solamente tanta terra quanta bastasse per piantare in un picciol vaso un gelsomino o seminarvi un arancino della Cina, per vederlo nascere, crescere e produrre sí belle frondi, fiori cosí odorosi e sí gentil frutti? È, dunque, la penuria e l'abbondanza quella che mette in prezzo ed avvilisce le cose appresso il volgo, il quale dirà poi quello essere un bellissimo diamante, perché assimiglia l'acqua pura, e poi non lo cambierebbe con dieci botti d'acqua. Questi che esaltano tanto l'incorruttibilità, l'inalterabilità, etc., credo che si riduchino a dir queste cose per il desiderio grande di campare assai e per il terrore che hanno della morte; e non considerano che quando gli uomini fussero immortali, a loro non toccava a venire al mondo. Questi meriterebbero d'incontrarsi in un capo di Medusa, che gli trasmutasse in istatue di diaspro o di diamante, per diventar piú perfetti che non sono.

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mercoledì, 30 marzo 2005

Memorie di una stella

Capitolo I - La trasparenza

I.
 Ah sì, fate presto voi altri, laggiù, a chiamarmi asteroide, a bollarmi come grezzo e bitorzoluto. Quando sfreccio dalle parti del vostro pianetino vedo il luccichio di milioni di telescopi puntati su di me ed io non posso avere nemmeno un poco di intimità. Tutti lì ad additarmi come un animale raro mai visto e a dar di gomito dicendo: «guarda che superficie scura e irregolare. Sarà ferroso?»
  L’ultima volta che son passata eravate ancora al vostro medioevo e vestivate abiti buffi. Ricordo che gli scienziati di allora mi osservavano attraverso accrocchi fatti di lenti e specchietti di pessima qualità che ci facevano una fatica.
  I commenti però eran sempre quelli neh: «guarda quell’asteroide, tutto cavità e bernoccoli. Simbolo dell’imperfetto», e via a dar di gomito, a farsi l’occhietto, che si intendeva benissimo che mi si stava deridendo senza alcun rispetto.
  Ah ma mica è sempre andata così eh! Saranno passati un paio di miliardetti d’anni da quando ero una nube gassosa, tutta vaporosità ed allegria. Bei tempi quelli in cui girovagavo senza grossi pensieri per la testa a farmi ammirare dagli altri astri più anziani. C’era un super ammasso che non mi staccava mai gli occhi di dosso.
  Ad essere onesta c’era ben poco da guardare perché, rarefatta com’ero, gli sguardi mi attraversavano da parte a parte e si potevano scorgere i recessi più lontani dell’universo attraverso la lente dei miei strati gassosi. Ero trasparente trasparente, riflessi iridescenti si diramavano verso il nucleo, che in quel periodo non era altro che una palla di gas leggermente più densa.
  Qui è necessaria una precisazione, quei colori non erano proprio miei, guizzavano in me per via dello spettro luminoso che, rifrangendosi tra le sacche perlacee dei gas di cui ero composta, si scomponeva nelle sue parti fondamentali. Era il modo che avevo di rielaborare il flusso di realtà che mi attraversava per restituirla al cosmo modificata, abbellita a mio gusto. Se da una parte entrava luce bianca dall’altra ne uscivano mille colori saettanti.
  Ad alcuni corpi celesti più anziani sarò magari apparsa un pochino frivola, ma quello stato di eterea apparenza a me piaceva molto. Permettere a chiunque di guardarmi dentro, di attraversarmi senza resistenza alcuna, mi faceva sentire più vicina ad ogni diverso modo di interpretare l’universo. Nessuno doveva adattarsi a me, la mia trasparenza si adattava al modo di vedere la realtà che ognuno sviluppa per conto suo. A volte mi chiedevo per quale motivo tutti gli astri di natura gassosa avevano abbandonato quello stato iniziale per infiammarsi, dando vita ad accecanti fuochi nucleari che quasi non li potevi guardare. Chissà se avevano qualcosa da nascondere al loro interno.
  Comunque erano tutti garbati nei miei confronti e mi coccolavano, essendo io la presenza più giovane in quello scampolo di firmamento.
Prendete la signora Nova ad esempio, una stellona rubiconda e gioviale, un po’ anzianotta, mi invitava spesso per scambiare qualche chiacchiera e offrirmi quei deliziosi biscotti ai neutrini. Trovavo molto piacevole chiacchierare con lei, in particolare dei miei progetti e di come tutti fossero gentili con me e di cosa pensavo di loro. La signora Nova stava sempre a ripetermi che avrei dovuto essere un po’ più accorta, che non tutti nel firmamento erano gente fidata, specialmente quei buchi neri lì e che alle volte non si sa mai.
  La rarefazione che derivava dal basso grado di densità dei miei gas mi faceva sentire leggera leggera e quando mi stancavo di stare lì immobile ad imparare il firmamento a memoria prendevo a correre su e giù per il cosmo e mi divertivo quando i corpuscoli solidi mi passavano e ficcanasavano all’interno della mia sostanza più remota.
 
II.
  Fu in una di quelle corse per la galassia che incontrai un bel sole, di quelli tutti elio e idrogeno, dorato dorato, bellissimo. Lui mi fece l’occhietto e io, che a quell’età un pensierino ce lo facevo, sentii irresistibile il desiderio di avvicinarlo per conoscerlo meglio. Ogni giorno, da quel giorno, si iniziò a passare molto tempo assieme. Io mi alzavo presto per vederlo sorgere nell’aria fresca del mattino e restavo a contemplarlo, inebriata del suo splendore. Verso mezzogiorno gli portavo qualche manicaretto, che lui gradiva sempre e la sera, forse per pavoneggiarsi di fronte a me, si produceva in tramonti dai riflessi purpurei che saettavano tra cirri dalle forme bizzarre e violacee e gli stormi d’uccelli, che migravano, parevano immersi in un fluido ramato e cangiante. Sospesi in quel gioco di luci, colori e sensazioni il mio nucleo si perdette in lui e il suo in me e ci innamorammo.
  Mi sentivo leggera e cristallina e, forse per quel sentimento che mi fluiva dentro, la mia trasparenza si fece ancor più limpida ed eterea e desideravo che lui, più di ogni altro astro, mi potesse guardare attraverso.
Non c’era desiderio espresso dal mio sole che io non esaudissi, a volte mi chiedeva di attenderlo un po’ più a lungo perché desiderava dedicarsi a qualche sua passione extra lavoro, come quella volta che lo aspettai per sei lunghi mesi mentre si divertiva su, all’estremo nord, a dispensare giornate prive di tramonti, ma ero ugualmente felice di fare ogni cosa per lui, la mia unica fonte di luce.
 
III.
  Trascorremmo eoni indimenticabili, fatti di passione, poesie di luce e complicità. Lui era splendido e premuroso con me e fu forse per le cattive frequentazioni che le cose tra noi due presero a guastarsi. Sul pianeta che lui illuminava senza sosta da tanti milioni di anni aveva preso a svilupparsi una razza nuova che si era ben presto organizzata in sistemi sociali sempre più complessi fino a formare tante civiltà sparse su tutto il globo e in breve tempo il mio amato fu adorato come un dio. A volte qualcuno da laggiù gridava cose del tipo: «grande dio sole, prendi questi doni come segno della nostra devozione!»
  Ad essere onesta sul principio questa cosa non mi dispiacque affatto. Si andava spesso a trovare la signora Nova carichi di quei doni: grano o farina, carne o vegetali e lei ci preparava degli ottimi pranzetti. Ricordo ancora quel bel piatto fumante di lasagne all’astronoma che mangiammo tutti assieme (per l’occasione anche il super ammasso, che da tempo faceva il filo alla signora Nova, mangiò con noi e ogni tanto si rivolgevano un sorrisetto con aria complice).
  Col tempo però tutte queste attenzioni che la razza del pianeta riservava al mio amato ebbero un effetto drammatico. Ora passava molto tempo a bearsi di quella adorazione. E così mentre quella razza lo strappava sempre più dalle mie attenzioni, lui si insuperbiva. Un giorno mi chiese anche di chiamarlo dio-sole. Passava ore e ore a farsi bello, indossando la sua aura più dorata, ogni giorno a cambiare corona solare, a cercare di provocare pinnacoli di radiazione sempre più alti e riccioluti. Era diventato, tutto ad un tratto, frivolo e specchiandosi, ammirando la sua immagine riflessa nel mare, un po’ alla volta iniziò a trascurarmi.
  Per milioni di anni, che al suo fianco m’erano sembrati pochi minuti, ero stata una compagna leale, sempre pronta ad ogni sua richiesta, sempre precisa nella mia orbita attorno a lui, ma ora non lo riconoscevo quasi più. Se ne stava lì tutto il giorno (che dal momento che era il sole aveva una durata pressoché infinita) ad osservare quella razza in adorazione. Alle volte, per un suo gusto puramente crudele, bruciava i raccolti durante estati torride, oppure si impallidiva a forza per dispensare stagioni più fredde o si nascondeva dietro nubi monsoniche per tanti mesi e lo si poteva sentir ridere mentre osservava quegli sventurati che pur lottando per la sopravvivenza continuavano ad adorarlo, anzi, ora supplicavano addirittura la sua benevolenza.
  Arrivò inevitabile il giorno in cui decisi di allontanarmi, in silenzio, in uno di quei giorni in cui se ne stava a giocare crudelmente con la vita dei suoi adoratori. Tanto che non s’accorse neppure che non sarei più tornata.
Mentre la distanza che ci separava cresceva, il mio cuore, o forse dovrei dire il mio nucleo, si faceva piccolo piccolo e si addensava sempre più e con esso tutto il resto del mio essere. Mi resi conto che avevo perso molta della mia trasparenza. Essere eterei e trasparenti non era poi una così gran bella cosa. In fondo aveva ragione la signora Nova che quella sera stessa, vedendomi pallida e opaca, mi fece un brodino primordiale che non riuscii nemmeno a mandare giù.
 
IV.
  Col tempo me ne feci una ragione e capii che era giunto anche per me il tempo di crescere, di incendiarmi e finalmente diventare una stella. Ora mi era chiaro per quale motivo nessuno rimaneva gassoso e trasparente troppo a lungo. Cercai un angolino privo di stelle e lo trovai tra Perseo e l’Auriga, con i quali feci amicizia. Mi aiutarono persino a fare il trasloco, caricammo la biga di Auriga con tutta la mia roba e nel tragitto cantammo canzoni e ridemmo. Ora avevo un cantuccio tutto mio. Quella sera, per prepararmi all’evento, mi feci bella e lo feci solo per me, poi mi compressi tutta, fino a far scattare la scintilla iniziale.
  Una nuova luce brillava ora nel firmamento, la mia superficie era incandescente, screziata da nuovi bagliori, refrattaria allo sguardo dei curiosi. Un calore bianco e abbagliante ora illuminava la parte di galassia che avevo scelto per casa. Adesso avrei pensato un po’ a me, mentre prendevo confidenza con il mio nuovo stato.
  Qualche milione d’anni dopo, mentre nel mio orbitare mi trovavo a passeggiare per uno dei bracci periferici della galassia, incontrai il mio ex, fuori da un bar, era un po’ sbiadito in viso e piuttosto fuori forma, direi invecchiato. Lo sentì dire al gigante gassoso, che gli stava servendo un cocktail di particelle, che ormai non erano più quei vecchi gloriosi tempi, che la gente del suo pianetino non perdeva più tempo ad adorarlo, che tutt’al più lo usavano (disse proprio “usare”), per immagazzinare un po’ di energia e che qualche scienziato lo aveva ridotto ad un fenomeno da studiare.
 
  Passai oltre, i vecchi tempi erano una cosa del passato.
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categoria: racconti, favole, letteratura, cosmoagonia

mercoledì, 30 marzo 2005

Progetti presenti

Sto lavorando a tre serie diverse di racconti, ognuna delle quali unita da un tema unico che si dirama per varie direzioni. Questa serapubblico un racconto che fa parte della serie dal titolo provvisorio "CosmoAgonia", dialoghi di oggetti celesti e non che hanno in comune il richiamo alla cosmogonia, la scienza che studia l'origine dell'universo.
Ero un po' restìo all'idea di pubblicare questa serie, trattandosi in alcuni casi di racconti lunghi (almeno per gli standard di questo circuito), ma sono convinto che a qualcuno piaceranno.
I miei lavori sono eternamente "in progress" così sfrutterò le impressioni che ne ritorneranno per lavorarci ulteriormente, questi racconti dunque non rappresentano una eventuale forma definitiva, li pubblico con il desiderio di condividerne i messaggi e di fare cosa gradita a chi segue i miei deliri.
postato da Carlo1970 alle ore 18:29 | Permalink | commenti (1) / commenti (1) (pop-up)
categoria: pensieri, racconti, news, letteratura, progetti, cosmoagonia

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Sono l'anima che ha attraversato il crepuscolo, il vento che ha conosciuto le chiome. La pagina consunta, graffiata da mille inchiostri.


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